giovedi 24 luglio 2008. ore 11:10
e rieccoci, nuovamente in viaggio.
nuovamente un ritorno, ancora Brisbane. forse solo per un giorno, forse più. magari no.
dopo 5 giorni, quasi equamente divisi tra Rainbow Beach, un posto di mare come tanti altri, e Fraser Island.
doveva essere la settimana del sole. dei bagni, se non nell’oceano causa pericolo shark, perlomeno al lago. Del relax. È stata la settimana della pioggia, dell’acqua che ti entra nella tenda mentre stai dormendo, del ritorno anticipato causa freddo ed assenza di vestiti asciutti.
Ma anche la settimana del ‘Michael-Jackson-Augh’. Del ‘facciamoci il bagno nell’oceano di notte che tanto anche Gabriel Garcia Marquez lo dice che, di notte, gli squali, dormono’. Anche se lo sapevamo bene che, alla fine, gli unici a fare il bagno veramente saremmo stati solo io e Marco.
La settimana dei tornei di ping-pong e dei 2kg di insalata di riso, tutt’ora ancora da finire.
La settimana del ‘se vedi un dingo inizialmente resta fermo con le braccia conserte. Ma, se lui si mostra aggressivo, sii aggressivo anche tu. Ha paura dell’uomo’. Delle balene , gli squali, le mante, le tartarughe e le aquile, che sembravano davvero farlo apposta ad avvicinarsi per poter essere meglio fotografati.
Dell’allegra compagnia. Dei 4 francesi di Tolosa che, oltre a guidare, tra l’altro anche bene, la jeep tra le dune ed il fango, parlare in francese rigorosamente tra loro e giocare a calcio in spiaggia (abbiamo anche fatto una partitella, 3 contro 3, Francia vs Europa. Provate ad immaginare chi ha vinto??? ;-) il vecchio contropiede all’italiana, c’è poco da fare, funziona sempre. Ed il primo di questi, con tanto di palla all’incrocio degli invisibili pali, non potevo che portarlo a termine io! :-D) hanno davvero fatto poco altro. Della coreana di Seul che, quando le ho chiesto come si chiamava, mi ha risposto ‘ puoi chiamarmi Gina, tanto il mio nome si pronuncia quasi nella stessa maniera’. Della troppo timida ragazza inglese, immediatamente soprannominata ‘la minnuta’, proveniente dalle campagne vicino Nottingham, che c’ha messo quasi due giorni per pronunciare una parola ma che, dopo il sesto o settimo litro di vino, ha saputo strabiliarci con effetti specialissimi (vedi post ‘matti una sera dopo cena’. Dell’infermiera svizzera, proveniente da una cittadina a circa 100km da Zurigo, assoluta ed incontestata leader del gruppo, che per due giorni abbiamo tutti chiamato Andrea quando invece il suo nome era Leandra. Scherzi della pronuncia svizzaro-tedesca.
Del barbeque sotto la pioggia, in campeggio, la prima sera in Fraser Island, dei fusilli alla bolognese, ovviamente made in Italy, in spiaggia la seconda ed ultima sera.
Dell’oramai collaudata squadra franco-ispano-italiana, composta da Maxime, Pablo e me medesimo, questa volta coadiuvati dalla coinvolgente allegria che solo Marco sa creare. Alla faccia di chi dice che l’Europa unita resterà, e per sempre, un’utopia. Tra luoghi comuni, veri e non. Tra parole, come ad esempio farfalla, che puoi anche decidere di chiamare butterfly, papillon o mariposa, tanto avrai comunque una meravigliosa parola da utilizzare. Tra minoranze etniche, ma mica poi tanto minoranze, che in certe lingue non trovano una specifica denominazione soltanto perché, a volerla dire tutta, probabilmente rappresentano la quasi totalità degli abitanti della nazione stessa (vedi, ad esempio, i tamarri, che in Spagna chiamano macarra, in Francia bof, ma che in Germania sembrano non avere un nome che li identifichi. Sarà, forse, tedeschi??? ;-)).
Noi che, tra nervosismi spesso mal celati, ed un nazionalismo che prova a prendere solo quanto di bello e positivo ciascuna, reciproca, cultura ha da offrire, crediamo in un mondo in cui la conoscenza della lingua inglese sia chiaramente cosa per tutti, ma dove la ricchezza e la varietà della cultura latina non possa che farla da padrona e guida. Perché l’inglese è il dovere, ma il francese, lingua per eccellenza dell’amour (ma anche dei débauché), e soprattutto lo spagnolo e l’italiano sono le lingue delle vita, ricche di sfumature, del sangue che ti bolle nelle vene. Della passione e del calore che probabilmente solo noi sappiamo esprimere. Passione e calore che ci sono comunque internazionalmente, e con pieno merito, riconosciuti.
E quindi si, assolutamente si, alla multiculturalità. Ma si anche alla ricerca di una nuova direzione. Chè l’America e la sua cultura schiavista e guerrafondaia hanno fatto il loro tempo. È tempo di cambiare. È tempo di decidere. Decidiamo, per favore.
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